Alpini sempre 1925-2025_04 Gli anni della genesi: l'occupazione
ALPINI SEMPRE 1925-2015 - I 90 anni della Sezione di Conegliano
1925-2015
GLI ANNI DELLA GENESI
L’occupazione austro-tedesca dopo Caporetto
Tutta la Sinistra Piave dovette
così subire ben dodici mesi di durissima occupazione nemica. Un periodo
relativamente breve eppure interminabile che lascerà un segno indelebile non
solo nella città e nei paesi vicini, ma anche nella vita dei suoi abitanti. Una
dominazione talmente violenta, vessatoria e predatoria che nel lessico popolare
sarà ricordata come “l’anno dei tedeschi, l’an de la fan”, l’anno della
fame, ed è tutto dire, con migliaia di vittime inermi.
Triste prodromo del concetto di guerra totale.
I paesi, le borgate, le case coloniche che vennero a trovarsi entro la gittata delle artiglierie o negli spazi di manovra di entrambi gli eserciti furono ridotti a cumuli di macerie e le fertili campagne, dissodate, bonificate, spianate da generazioni di fatiche e sudori, assunsero in breve un aspetto spettrale, disseminate di morti e detriti, scompaginate da innumerevoli crateri di bombe, spogliate, desolate ed improduttive. E la povera gente, abbandonata dalle autorità civili, fu costretta ad affrontare tale drammatica situazione guidata solo da preti i quali, in uno scenario biblico, si ersero in tutta la loro statura morale e carismatica quali ultimo baluardo e riferimento dei loro smarriti ed impauriti greggi. Un’umanità disperata, da sempre attaccata a misere case di sasso, aggrappata ad un lenzuolo di terra, unica sicurezza, o dipendente da una pannocchietta o dall’uovo dell’ultima gallina, ultime fonti di sopravvivenza. Quella terra non propria, a volte amica e più spesso avara, lavorata e custodita per conto di padroni già fuggiti lontano, al salvo. E per decine di migliaia di loro si aggiunse il lacerante distacco del profugato verso luoghi sconosciuti e spesso ostici.
Triste prodromo del concetto di guerra totale.
I paesi, le borgate, le case coloniche che vennero a trovarsi entro la gittata delle artiglierie o negli spazi di manovra di entrambi gli eserciti furono ridotti a cumuli di macerie e le fertili campagne, dissodate, bonificate, spianate da generazioni di fatiche e sudori, assunsero in breve un aspetto spettrale, disseminate di morti e detriti, scompaginate da innumerevoli crateri di bombe, spogliate, desolate ed improduttive. E la povera gente, abbandonata dalle autorità civili, fu costretta ad affrontare tale drammatica situazione guidata solo da preti i quali, in uno scenario biblico, si ersero in tutta la loro statura morale e carismatica quali ultimo baluardo e riferimento dei loro smarriti ed impauriti greggi. Un’umanità disperata, da sempre attaccata a misere case di sasso, aggrappata ad un lenzuolo di terra, unica sicurezza, o dipendente da una pannocchietta o dall’uovo dell’ultima gallina, ultime fonti di sopravvivenza. Quella terra non propria, a volte amica e più spesso avara, lavorata e custodita per conto di padroni già fuggiti lontano, al salvo. E per decine di migliaia di loro si aggiunse il lacerante distacco del profugato verso luoghi sconosciuti e spesso ostici.

Conegliano. Soldati austriaci.
Il conseguente spostamento di tali masse nelle retrovie
divenne fattore destabilizzante anche per le comunità ospitanti, innescando ben
presto tensioni ed attriti profondi tra le parti che solo l’autorità dei
parroci, in molti casi nominati sindaci pro tempore
dall’occupante, riuscirono a stemperare e controllare. Migliaia di profughi
provenienti dalla prima linea che vi trovarono ospitalità forzata, accolti, come
spiega mons. Possamai, parroco di Pianzano, ”con misericordia prima” e
poi, quando il cibo cominciò a mancare, “subiti come ulteriore calamità”.
Ora, se l’esplorazione del passato significa ricostruire come in un mosaico l’identità di una nazione come di un popolo o di una piccola comunità, è indiscutibile che quanto riportato in questa pubblicazione, proprio nel centenario della Grande Guerra, rappresenti un tassello importante per il territorio di Conegliano, culla di Penne Nere, e la sua gente, quella autoctona di certo, ma anche per quanti qui vi si sono trasferiti e che ne dovrebbero conoscere il passato perché, è bene ricordarlo, “nulla viene dal nulla”.
Ricostruire in modo analitico i dodici mesi dell’occupazione austro-tedesca 1917-18, le macerie che ha lasciato, e trasmettere emozioni, sensazioni, stati d’animo, patemi e drammi, personali e collettivi, tali da portare il lettore ad immedesimarsi nella realtà di quei tragici momenti non è impresa facile.
Una realtà distante anni luce da noi, ormai sconosciuta come dimensione sociale, economica e culturale, ecco perché in queste pagine, accanto alla cronaca, grande rilievo viene dato alla fonte documentale della foto storica.
Immagini impressionanti e cruente, quasi un pugno allo stomaco.
La visione di Conegliano, di Susegana, di Santa Lucia, di Collalto, di Sernaglia, di Fontigo, di Pieve, di Falzé… paesi, abitati solo da vecchi, donne e bambini, devastati dalle bombe e dagli incendi, saccheggiati e depredati nelle cose più care, intime e sacre. Persone inermi, martoriate nell’animo, umiliate e calpestate nel morale e nel fisico dal tallone chiodato nemico, ma mai dome. Piccole storie, trascurate colpevolmente dalla grande Storia, che non lasciano spazio alcuno alla retorica e rendono ancor più angosciante il pensiero rivolto alla popolazione che vi era rimasta imprigionata alla mercé di un occupante, il todesco, divenuto padrone assoluto delle loro vite.
Questa volta non più il nemico sconosciuto, senza volto e nome del Carso o dell’Ortigara, ma il nemico vero, in carne ed ossa, che entra nella tua casa, violenta le tue donne e con prepotenza requisisce ogni genere alimentare, che s’impadronisce delle tue cose più care e preziose tenute gelosamente nei comò, nelle madie, nelle stalle; il nemico che fonde le campane (saranno quasi 10 mila) della tua chiesa per farne cannoni e uccidere i tuoi soldati; il nemico che deride l’Italia di Caporetto e che brama di arrivare presto nella tua Venezia e poi a Milano, a Roma.
Ora, se l’esplorazione del passato significa ricostruire come in un mosaico l’identità di una nazione come di un popolo o di una piccola comunità, è indiscutibile che quanto riportato in questa pubblicazione, proprio nel centenario della Grande Guerra, rappresenti un tassello importante per il territorio di Conegliano, culla di Penne Nere, e la sua gente, quella autoctona di certo, ma anche per quanti qui vi si sono trasferiti e che ne dovrebbero conoscere il passato perché, è bene ricordarlo, “nulla viene dal nulla”.
Ricostruire in modo analitico i dodici mesi dell’occupazione austro-tedesca 1917-18, le macerie che ha lasciato, e trasmettere emozioni, sensazioni, stati d’animo, patemi e drammi, personali e collettivi, tali da portare il lettore ad immedesimarsi nella realtà di quei tragici momenti non è impresa facile.
Una realtà distante anni luce da noi, ormai sconosciuta come dimensione sociale, economica e culturale, ecco perché in queste pagine, accanto alla cronaca, grande rilievo viene dato alla fonte documentale della foto storica.
Immagini impressionanti e cruente, quasi un pugno allo stomaco.
La visione di Conegliano, di Susegana, di Santa Lucia, di Collalto, di Sernaglia, di Fontigo, di Pieve, di Falzé… paesi, abitati solo da vecchi, donne e bambini, devastati dalle bombe e dagli incendi, saccheggiati e depredati nelle cose più care, intime e sacre. Persone inermi, martoriate nell’animo, umiliate e calpestate nel morale e nel fisico dal tallone chiodato nemico, ma mai dome. Piccole storie, trascurate colpevolmente dalla grande Storia, che non lasciano spazio alcuno alla retorica e rendono ancor più angosciante il pensiero rivolto alla popolazione che vi era rimasta imprigionata alla mercé di un occupante, il todesco, divenuto padrone assoluto delle loro vite.
Questa volta non più il nemico sconosciuto, senza volto e nome del Carso o dell’Ortigara, ma il nemico vero, in carne ed ossa, che entra nella tua casa, violenta le tue donne e con prepotenza requisisce ogni genere alimentare, che s’impadronisce delle tue cose più care e preziose tenute gelosamente nei comò, nelle madie, nelle stalle; il nemico che fonde le campane (saranno quasi 10 mila) della tua chiesa per farne cannoni e uccidere i tuoi soldati; il nemico che deride l’Italia di Caporetto e che brama di arrivare presto nella tua Venezia e poi a Milano, a Roma.
Istantanee, molte rare ed inedite, capaci di mostrare senza veli lo spaccato
vero del nostro passato prossimo ed offrire alle nuove generazioni, nella loro
toccante espressività, la chiave di lettura non solo per scoprire le fondamenta
dell’attuale emancipazione, ma anche per comprendere meglio l’epoca presente
apprezzandone, parallelamente al lungo periodo di stabilità e pace, il benessere
diffuso e l’elevata qualità di vita.

Conegliano, novembre 1917. La Contrada Granda, a sx il loggiato del Duomo, occupata dai mezzi austriaci.

Conegliano. Resti del Ponte della Madonna.

Chiesa di San Rocco

Scomigo. Austriaci a Borgo Piai.

Visnà di Vazzola. I profughi del Piave.

Territorio coneglianese. Requisizioni di vino e derrate alimentari.

Belcorvo di Bibano. Aviatori tedeschi a casa Pessotto

Territorio coneglianese. Il nemico in casa.

Aerocampo austriaco di Godega-Pianzano. L’equipaggio Barwig-Kauer, accreditato dell’abbattimento di Baracca.